venerdì 23 febbraio 2018

Allora, meglio un concorso


Da sostenitori della Democrazia, di una REALE democrazia, crediamo che il sistema di governo basato sulla rappresentanza sia decisamente dannoso e ingiusto.

Ancora più dannoso ci appare lo strumento scelto per la selezione dei rappresentanti: le elezioni  (oltretutto non inevitabili, come andremo a vedere). Esse hanno infatti portato con sé la nascita dei partiti che, per motivare la necessità della propria esistenza, si sono dati differenti "ideologie", tra l'altro ormai divenute solo apparenza davanti alla sostanza dell'occupazione del potere a fini di carriera personale quando non anche corruttivi. Una affermazione di "alti princìpi" che ha portato per almeno due secoli a dividersi in fazioni e a fare leggi scegliendo non sulla base di motivi razionali, ma basandosi su criteri spesso contraddittori di "appartenenza". A cosa ha portato tutto questo lo vediamo quotidianamente, ed è il motivo per cui un numero sempre maggiore di cittadini e cittadine si astiene dal voto, disgustato da carrierismo, corruzione, ipocrisia e incapacità di una classe politica ingorda e senza ritegno.
La strada maestra, per noi, è dunque quella di lavorare per una nuova Costituente che scriva le regole per poter governare il Paese e i territori in modo davvero democratico.
A chi caparbiamente (pur smentito dai fatti riportati nel nostro saggio) continua a sostenere che non si può affidare il governo di un Paese ai "normali" cittadini, impreparati e ignoranti, ma occorre affidarsi invece a persone competenti e selezionate, quelli che un tempo venivano definiti "i Migliori", chiediamo sommessamente: visto che le elezioni, oltre che costose, non sembrano affatto essere in grado di selezionare i Migliori, ma solo di riciclare all'infinito una classe dirigente cresciuta nelle segreterie dei partiti e ormai sputtanata a tutti i livelli, se dobbiamo scegliere delle persone preparate perché non farlo con un semplice CONCORSO?
Pensateci bene: niente più partiti, niente più divisioni ideologiche ma professionisti della politica scelti sulla base di competenze comprovate e certificate da (più economici) esami d'idoneità.
Rifletteteci. Noi, intanto, continuiamo a lavorare per costruire una reale Democrazia.




mercoledì 21 febbraio 2018

Non votare ma perché


Rinaldo Locati, professionista con un passato di convinta militanza politica, ha scritto qualche settimana fa su Facebook:

IL NON VOTO UTILE E IL VOTO INUTILE
I più, tra coloro che bazzicano FB, sono convinti che l’astensionismo sia inutile, perché alla fine governa chi in Parlamento ha la maggioranza. Personalmente, invece, sono convinto che se l’astensionismo raggiungesse proporzioni veramente alte, diciamo tra il 75 e l’80%, il sistema salterebbe in aria come coriandoli.
A fronte di un Parlamento che rappresentasse il 20-25% dei cittadini, sono convinto che i cittadini si ribellerebbero, innanzitutto smettendo di pagare le tasse, in base al sacrosanto principio “no taxation without representation” (per i coloni americani il principio era semplice: il Parlamento non aveva il diritto di imporre tasse a chi, come i coloni in America, non lo votava). Quindi, a mio parere, l’unico “voto utile” per cambiare veramente lo stato di cose esistenti è il “non voto”.
Per contro, se andate a votare, qualsiasi cosa voi votiate, continuerete a dare credibilità a un sistema politico marcio sino al midollo. Pertanto, anche se voi non ve ne siete accorti, siete collusi e coinvolti.



Non possiamo che essere d'accordo con la scelta di Rinaldo, con qualche differenza su motivazioni e alternative. Quello della "representation" è proprio il sistema che ci ha portato fin qui (l'oligarchia che ci hanno abituato a chiamare democrazia), perciò secondo noi il problema non è il fatto che il sistema oggi sia "marcio fino al midollo": gli esiti di governo erano gli stessi anche quando il sistema presentava facce e apparenza meno squalificate di quelle odierne.


Locati non si avventura, poi, sul "che fare?" una volta "fatto saltare in aria come coriandoli" l'attuale sistema. Se, come noi crediamo e abbiamo cercato di dimostrare nel nostro saggio, il problema non sono le facce o i singoli partiti, ma il sistema basato su questi ultimi e le elezioni, strumenti delle finalità oligarchiche del sistema, l'unica via d'uscita (pacifica quanto rivoluzionaria) è il passaggio a una REALE democrazia. Le metodologie (e le esperienze) per attuarla esistono e ne abbiamo dato conto in "Democrazia davvero".


Naturalmente il sogno di Rinaldo e nostro di arrivare a un'astensione così massiccia da mettere in discussione nei fatti la legittimità stessa delle elezioni e del sistema che queste sorreggono è, al momento, poco più che una flebile speranza. La gran macchina del consenso continua (anche se a ogni tornata con minore efficacia) a martellarci da televisioni e giornali richiamandoci al "dovere" di votare, agitando lo spauracchio dei rinascenti fascismi (come se oggi, nel mondo del capitalismo trionfante, esistessero le condizioni socio-economiche che portarono al potere Mussolini e Hitler) o dei "populismi" di volta in volta individuati nell'avversario di turno, e incanalandoci nei recinti del "voto utile" di cui si fa giustamente beffe Locati nella sua esternazione su Facebook.



Noi, come Rinaldo ma per i motivi su esposti, non parteciperemo al "gioco truccato" delle elezioni. Continueremo invece a lavorare per far conoscere il progetto di Democrazia Davvero fino a farlo diventare - ci auguriamo - movimento di massa. Fuori dal sistema dei partiti e delle elezioni, ormai ridotte a poco più di un talent.




venerdì 22 dicembre 2017

I bigotti dell'ideologia


Abbiamo pescato in rete questo brano di Christopher Lasch (da "La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia", Feltrinelli, Milano, 1994):
“La condizione di crescente «insularità» delle élite significa, tra l’altro, che le ideologie politiche tendono a perdere i contatti con la realtà. Dal momento che il dibattito politico è limitato, nella maggior parte dei casi, a quelle che sono state acutamente definite le «classi parlanti», esso tende a crescere su se stesso, a ridursi a un mero insieme di formule. Le idee circolano esclusivamente sotto forma di pettegolezzi o di riflessi condizionati. La vecchia contrapposizione tra destra e sinistra ha esaurito la propria capacità di chiarire i problemi e di fornire una mappa fedele della realtà. In certi ambienti, l’idea stessa di realtà è stata messa in discussione, forse perché le «classi parlanti» vivono in un mondo artificiale, in cui la simulazione della realtà ha preso il posto delle cose in sé. Le ideologie di destra e quelle di sinistra, comunque, sono ormai così rigide che le nuove idee hanno ben poco impatto sui loro aderenti. I fedeli, che, di norma, si rifiutano di prendere in considerazione gli argomenti e gli eventi che potrebbero mettere in discussione le loro convinzioni, non cercano più di impegnare gli avversari nel dibattito. Le loro letture consistono, nella maggior parte, di opere scritte da un punto di vista identico al loro. Invece di impegnarsi su argomenti non familiari, si limitano a classificarli come più o meno ortodossi. La denuncia della deviazione ideologica, da una parte e dall’altra, assorbe una quantità sempre maggiore di energie che potrebbero essere meglio investite nell’autocritica. D’altronde, proprio il fatto che le capacità di autocritica si stiano esaurendo è una delle caratteristiche più evidenti di una tradizione intellettuale moribonda. Gli ideologi di destra e di sinistra, invece di affrontare gli sviluppi politici e sociali che tendono a mettere in discussione le verità rivelate tradizionali, preferiscono scambiarsi reciproche accuse di fascismo e di comunismo, in spregio dell’ovvia constatazione che né il fascismo né il comunismo rappresentano esattamente il futuro. E la loro visione del passato non è meno distorta di quella dell’avvenire”.


L'analisi di ideologi e ("fedeli"-militanti) di destra e sinistra mentalmente prigionieri di una coazione a ripetere che impedisce loro di leggere la realtà e li confina in una pratica "religiosa" è quanto mai azzeccata. Abbiamo avuto modo di verificare personalmente, in passato nel corso della nostra attività politica e attualmente in occasione delle presentazioni del nostro libro in varie zone d'Italia, quanto questi individui, uomini e donne, possano essere "bigotti" e chiusi a qualsiasi lettura della realtà diversa da quella delle loro rispettive "Sacre Scritture". Legati fideisticamente al "Verbo" della loro "Chiesa", replicano ragionamenti e comportamenti appresi in partiti, movimenti e gruppi politici di varia natura accontentandosi -  in occasione di elezioni e quesiti referendari - di continuare a cantar messa come sanno. 
La natura "religiosa" di ideologie e partiti era già stata analizzata più di mezzo secolo fa da Simone Weil e Bertrand Russell (all'argomento il nostro "Democrazia davvero" dedica un ampio capitolo), dunque Lasch non scopre niente di nuovo. La sua riflessione, se dobbiamo valutare dal titolo del libro (che non abbiamo ancora letto), è a sua volta prigioniera della convinzione che il nostro attuale sistema politico sia una democrazia, mentre chi ha letto "Contro le elezioni" di David Van Reybrouck (Feltrinelli, 2015) o il nostro saggio sa che si tratta con tutta evidenza di una oligarchia scientemente voluta, per colmo dell'ironia, proprio per evitare qualsiasi forma di reale democrazia.




Il fatto che il libro di Lasch sia di più di venti anni fa dice comunque molto sull'incapacità delle élite politiche (come degli attivisti) di cambiare e aprirsi a nuovi scenari. E non parliamo soltanto di una generazione rimasta segnata dal '68, ma anche di giovani che trovano facile conforto nelle liturgie degli opposti schieramenti e un riposante approdo in "appartenenze" che risparmiano loro la fatica del pensiero autonomo. Non è il nostro caso né, per fortuna, quello di un numero crescente di persone attirate dalla proposta di farla finita con l'attuale oligarchia e passare finalmente a una reale democrazia.



(I libri di cui abbiamo parlato sono acquistabili qui, qui e qui.)

lunedì 20 novembre 2017

La democrazia debutta a teatro


Se è vero che un'immagine vale mille parole, ora sappiamo che le vale anche una pièce teatrale.
L'atto unico scritto da Maila Nosiglia sulle tematiche del saggio "Democrazia davvero" di cui è coautrice ha debuttato domenica 19 novembre al teatro Franco Parenti di Milano dimostrandosi più efficace di qualsiasi normale presentazione.





Se con quest'ultima, infatti, è difficile riuscire a scalfire le resistenze mentali che praticamente chiunque oppone d'istinto a una proposta di cambiamento come quella avanzata dal nostro libro, ma anche solo all'idea che quella che ci hanno abituato a chiamare democrazia in realtà non lo sia, il "Dialogo tra un Venditore di Fumo e una Cittadina" concepito da Maila ispirandosi al leopardiano Venditore di Almanacchi bypassa direttamente il problema immergendo lo spettatore in un mondo in cui un sistema di governo realmente democratico basato su sorteggio, turnazione, brevità e non ripetibilità degli incarichi esiste già. Così, quando si passa a esaminare la nostra proposta, l'ipotesi che si parli di una cosa possibile si è già insinuata nella testa dei presenti, e l'obiezione (sollevata più volte in occasione di precedenti incontri) che la nostra proposta sia pura utopia, sembra perdere di colpo consistenza, mentre il passaggio a un diverso sistema di governo appare praticabile.



L'abbinata spettacolo-presentazione del libro sembra riscuotere successo già sulla carta, come dimostra l'arrivo dei primi inviti a rappresentare la pièce (e presentare il libro)  in altre località. Di questo passo, rischia di diventare una tournée lunga e piena di soddisfazioni.

sabato 11 novembre 2017

Va in scena la Democrazia



Maila Nosiglia, coautrice del saggio "Democrazia davvero", è anche una valente autrice di testi teatrali, nonché attrice. Era dunque inevitabile che la nostra proposta politica finisse per calcare le assi del palcoscenico.
La pièce teatrale scritta da Maila avrà il suo battesimo nella prestigiosa cornice del Teatro Parenti, nel centro di Milano. L'occasione è l'edizione 2017 del BookCity di Milano, l'originale "fiera" libraria che si svolge nella città meneghina da cinque anni. Nei suoi tre giorni di durata (più uno per le scuole) la manifestazione si articola in incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, seminari e spettacoli, non confinati però dentro qualche polo fieristico ma diffusi capillarmente in moltissimi luoghi diversi della metropoli lombarda.




Per presentare il nostro saggio, l'editore Fulvio Tasca e i due autori hanno avanzato la proposta di mettere in scena il lavoro di Nosiglia, "Dialogo di un Venditore di Fumo e di una Cittadina", dove il primo è un politico in carriera e la seconda una normale cittadina che sostiene la democraticità del sorteggio rispetto alle elezioni, strumento tipicamente oligarchico.



La pièce andrà in scena domenica 19 novembre alle 10,30 nella Sala 3 del Teatro Parenti, in via Pier Lombardo 14. Alla recita farà seguito l'incontro con il pubblico con la presentazione del libro e la possibilità per gli spettatori di intervenire. Uno scambio di idee e informazioni del tutto informale e, speriamo, piacevole quanto interessante.
Per una volta, vale la pena di svegliarsi un po' prima, alla domenica.

venerdì 3 novembre 2017

A chi serve il Parlamento?


Presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri, ministri, "Governatori" delle regioni, sindaci... a chi servono? Certo non a cittadini e cittadine.
Il sistema di governo repubblicano basato sulle cariche istituzionali su menzionate nato dopo le rivoluzioni americana e francese è stato costruito per garantire alla borghesia affaristica che il potere strappato a regnanti e aristocratici rimanesse per sempre nelle loro mani. Il modo migliore per riuscirci era che fosse lei stessa a scegliere "i migliori" a cui affidare il governo dei vari Paesi. L'importante era impedire in ogni modo che a prendere le decisioni fosse direttamente il popolo attraverso reali forme di democrazia.
Oggi però comincia a filtrare da più parti la convinzione che i tempi siano maturi per passare a una forma di governo davvero democratica (e non solo a parole, negate dai fatti).
Chi ha letto "Contro le elezioni" di David Van Reybrouck (Feltrinelli) sa che lo scrittore, storico e archeologo belga si è posto il problema di quale diversa architettura istituzionale potrebbe sostituire quella attuale in una vera democrazia basata sul sorteggio anziché sulle elezioni. In uno scambio di email con il politologo statunitense Terril Bouricious, i due hanno ideato un sistema istituzionale alternativo e razionale, basato sulle esperienze di partecipazione democratica praticate negli ultimi trent'anni in mezzo mondo (giurie cittadine, sondaggi deliberativi, consensus conference ecc.) che in "Democrazia davvero" abbiamo così riassunto:

Dopo aver sperimentato in prima persona i processi deliberativi, Van Reybrouck, durante la stesura del suo libro è entrato in contatto con lo statunitense Terrill Bouricius, autore di un interessante articolo sulla rivista specializzata Journal of Public Deliberation. Ricercatore, una vita politica ventennale in qualità di eletto nello Stato del Vermont alle spalle, Bouricius, affascinato dall’ipotesi di sostituire a una Camera di eletti una di sorteggiati, non si è accontentato di un “progetto ideale” per il quale il cambiamento avvenisse in modo quasi magico, ma si è posto una serie di domande molto sensate per evitare che quella buona idea potesse naufragare sugli scogli della realizzazione pratica. Domande del tipo: quante fruttivendole del Texas sarebbero disposte a chiudere bottega per due o tre anni per andare a sedere in Parlamento, se estratte a sorte? E quanti ingegneri abbandonerebbero a metà un grande progetto per fare il proprio dovere di rappresentanti in una Camera di sorteggiati? E ancora: un Parlamento del genere, benché assolutamente legittimato da un metodo di selezione al di sopra delle parti, sarebbe anche efficiente? O andrebbe a finire che chi “ha altro da fare”, se sorteggiato, si inventerebbe tutte le scuse del mondo per restarsene a casa, lasciando la nuova Camera a disoccupati, studenti e precari? Domande tutt’altro che peregrine, come si vede.
Bouricius e Van Reybrouck (con l’ulteriore collaborazione di David Schecter), insieme, con un intenso scambio di email e sulla base della reciproca esperienza nel campo delle assemblee deliberative, hanno così partorito un progetto molto articolato e basato sul buon senso. In pratica, i due ricercatori propongono intanto, come nell’antica Atene, di ricorrere all’estrazione a sorte non per una sola istituzione, ma per diverse di esse in modo da andare a costituire un sistema di freni e contrappesi nel quale un corpo sorteggiato sorvegli l’altro. Queste sono le varie componenti del complesso “sistema” (il numero dei membri delle varie istituzioni, naturalmente, è solo indicativo):

Consiglio di definizione delle priorità
Ha il compito di stabilire l’ordine delle priorità, sceglie i temi su cui legiferare. È composto da 150-400 persone, eventualmente ripartite in sotto-comitati, sorteggiate tra volontari. Lavorano a tempo pieno e durano in carica 3 anni, non rinnovabili. Ogni anno si risorteggia un terzo dei componenti. Ricevono uno stipendio mensile.

Gruppi d’interesse
Propongono temi su cui legiferare. Formati da una dozzina di persone, possono essere in numero illimitato. Sono composti da volontari che si propongono. Si riuniscono tutte le volte che lo desiderano, fino alla definizione del tema da proporre. Non ricevono alcuna remunerazione.

Gruppi d’esame
Presentano delle Proposte di Legge sulla base degli elementi forniti dai Gruppi d’interesse e dagli specialisti. Sono composti da 150 persone, divisi in gruppi distinti; ogni gruppo si occupa di un solo àmbito. I partecipanti sono sorteggiati tra volontari e non scelgono il loro gruppo, ma vi vengono destinati casualmente. Lavorano a tempo pieno e durano in carica 3 anni, non rinnovabili. Ogni anno si risorteggia un terzo dei componenti. Ricevono uno stipendio mensile e un ulteriore sostegno.

Giuria delle politiche pubbliche
Vota le leggi a scrutinio segreto dopo una presentazione-dibattito pubblico; è composta da 400 persone, tassativamente in seduta plenaria, estratte a sorte tra tutti i cittadini adulti. La partecipazione è obbligatoria. I componenti vengo chiamati ogni volta che c’è una legge da votare, per la durata di uno o più giorni (quelli necessari per giungere al voto, ma non più di una settimana). Ricevono un compenso giornaliero e un rimborso spese (viaggio, alloggio, eccetera).

Consiglio di regolamentazione
Decide le regole e le procedure dei lavori legislativi. Composto da circa 50 membri estratti a sorte tra volontari (eventualmente degli ex-partecipanti). Lavorano a tempo pieno (soprattutto all’inizio) e durano in carica 3 anni, non rinnovabili. Ogni anno si risorteggia un terzo dei componenti. Ricevono un salario mensile.

Come scrive Van Reybrouck per “giustificare” questa costruzione che smantella l’idea stessa di un sistema governativo basato su Parlamento e Camere come siamo abituati a considerarlo, se si vuol cambiare metodo è necessario conciliare gli interessi contraddittori che ci stanno dietro: “il sorteggio permette di ottenere un vasto campione rappresentativo, ma sappiamo che questo funziona meglio nei piccoli gruppi. Si vuole favorire una rotazione della partecipazione, ma sappiamo che mandati più lunghi propiziano un lavoro più serio. Vogliamo far partecipare tutti quelli che ne hanno desiderio, ma sappiamo anche che in questo modo si arriva a una sovrarappresentazione dei cittadini dotati di un alto livello di formazione e capaci di esprimersi. Si vuole che i cittadini deliberino insieme, ma conosciamo il rischio del formarsi di un pensiero collettivo: la tendenza a cercare troppo rapidamente un consenso. Si vuole accordare tutto il potere possibile a un corpo estratto a sorte, ma sappiamo che alcuni individui eserciteranno troppa influenza sul processo collettivo facendolo approdare a risultati arbitrari”.
Inutile inseguire composizioni ideali dei gruppi, modi ideali di selezione o dinamiche di gruppo ideali, sostiene Bouricius. Non esiste niente di ideale, ecco tutto. Per questo i due ricercatori hanno studiato un puzzle di istituzioni che interagiscono, collaborano, si controllano tra di esse. Un meccanismo dotato di un “carattere evolutivo”, nel quale niente è predeterminato. “Un aspetto cruciale è che tutto questo dispositivo non è che l’innesco di un progetto... evolverà come il Consiglio di regolamentazione lo giudicherà auspicabile”, scrive ancora Bouricius. Con una sola regola, possibilmente: “che le nuove regole del gioco che riguardano il Consiglio di regolamentazione, non possano entrare in vigore che una volta rimpiazzato il cento per cento dei suoi membri”.

lunedì 10 luglio 2017

L'importanza delle parole



Il sociologo e politologo Ilvo Diamanti pubblica oggi su Repubblica una aggiornata "Mappa delle parole". Lasciamo a lui le considerazioni su politici e partiti (per noi, frutti ormai marci dell'oligarchia che ci hanno abituato a considerare democrazia, e dunque da gettare quanto prima nel cassonetto dell'umido) e spendiamo invece due parole sulla democrazia. Lo studioso, naturalmente, con questa parola si riferisce all'attuale sistema di governo e non alla reale democrazia a cui noi abbiamo dedicato un saggio. Per fortuna il "sentimento" di cittadini e cittadine, pur vittime anch'essi ed esse dell'equivoco che ci trasciniamo dietro da ormai due secoli abbondanti, sembra indirizzato ad archiviare l'attuale sistema elettorale a favore di un qualcosa in cui il cittadino possa davvero contare governando in prima persona. Ce lo dicono le tabelle che pubblichiamo qui sotto (basta cliccarci sopra per ingrandirle), dove la "democrazia" rappresentativa riscuote ormai un consenso appena superiore al 50%, ma già proiettandosi nel futuro vediamo che più del 50% della popolazione adulta confida in una più partecipativa "democrazia digitale".



Se la popolazione fosse informata della reale possibilità di utilizzare strumenti diversi per governare (sorteggio, giurie di cittadini, sondaggi deliberativi, consensus conference... ne parliamo ampiamente in "Democrazia davvero"), forse la parola democrazia (ma finalmente nel suo corretto significato) diventerebbe una speranza futura per la maggioranza assoluta degli italiani.
La proposta di una nuova Costituente che cambi le carte in tavola e istituisca strumenti realmente democratici per consentire a cittadini e cittadine di governare in prima persona, in questo senso, è l'unica effettiva speranza di cambiamento che resta. Le alternative, e la tabella qui sotto ce lo mostra, sono lo scivolamento verso un populismo conservatore o il sogno dell'ennesimo Uomo della Provvidenza, politico o pontefice che sia.


Ogni giorno ulteriore perso dietro alle pratiche del passato, partiti, elezioni e politici di professione, è un passo in più verso soluzioni autoritarie. L'unica (l'unica!) via di uscita è l'approdo a una reale democrazia. Che, già da oggi, è possibile.