giovedì 10 novembre 2016

Di Trump e altri oligarchi



Non ci stupiscono i commenti sull'elezione di Donald Trump che in questi giorni si leggono nei giornali e sui social. Quando si è abituati a vivere la politica come se si trattasse di un campionato di calcio, tifando per la propria "squadra del cuore", e si crede che quello della scelta dei rappresentanti tramite elezioni sia un sistema democratico, la lettura della realtà non può che essere superficiale e fuorviata. Per chi invece ha approfondito l'argomento, in particolare sui testi di Bernard Manin, Yves Sintomer e David Van Reybrouck, il successo del miliardario statunitense rientra esattamente nella "normalità" dei regimi oligarchici dell'Occidente.
Citiamo dal nostro "Democrazia davvero": 
Il politologo marsigliese Manin considera il governo rappresentativo elettivo un “regime misto”, insieme aristocratico (poiché attribuisce il potere a un’élite) e democratico, giacché questo gruppo di “migliori” è scelto per mezzo di un’elezione a suffragio universale. Lo stesso Manin elenca tre diversi modi nei quali questo sistema di governo si è presentato nel tempo: con il suffragio censuario basato sul predominio dei notabili e sulla centralità del Parlamento nella vita politica; con i partiti di massa che pretendevano di rappresentare gli strati popolari, ma accentravano il potere in ristrette oligarchie di apparati burocratici, e infine nella forma attuale caratterizzata dal ruolo centrale dei media nella vita politica, con il marketing e la messinscena televisiva che pesano ormai più di qualsiasi altro elemento. Manin chiama “democrazia del pubblico” o “democrazia d’opinione” quest’ultima modalità, che vede prevalere su ogni altro modello precedente l’influenza di consiglieri in comunicazione, istituti di sondaggio, carisma personale e capacità di “bucare lo schermo”, visto che la politica si fa ormai nei “salotti” televisivi, gli unici capaci di raggiungere e condizionare milioni di spettatori. In un periodo di crescente sfiducia nei partiti, non è raro che con questa nuova modalità a prevalere sia il candidato “dissidente” rispetto a quello vissuto come espressione diretta della burocrazia partitica.

Su la Repubblica, in “Primarie PD, l’anima smarrita”, gli fa eco il 9 marzo del 2016 il direttore Ezio Mauro: “i cittadini non chiedono soluzioni ma emozioni, performance e non programmi, sintonie istintive più che progetti, la notorietà al posto della fama, la celebrità prima ancora della stima. Purché si spari sul quartier generale e si alzi ogni giorno il tono apocalittico della denuncia generica e della condanna indifferenziata.”


Questo per quanto attiene ai motivi alla base della vittoria di un personaggio come Trump. Per quanto riguarda le particolari caratteristiche del sistema elettorale USA, citiamo (sempre da "Democrazia davvero") l'analisi di Alexis de Tocqueville che, anche se elaborata quasi due secoli fa 
sembra scritta oggi: “All’avvicinarsi dell’elezione, il capo del potere esecutivo pensa soltanto alla lotta che si prepara; egli non ha più avvenire; non può intraprendere più nulla, e continua solo debolmente ciò che dovrà forse esser continuato da un altro.” Lo studioso francese riporta un discorso del 21 gennaio 1809, sei settimane prima delle elezioni, del presidente Jefferson: “Io sono tanto vicino al momento del mio ritiro che prendo parte agli affari solo per esprimere la mia opinione. Mi sembra giusto lasciare al mio successore l’iniziativa delle misure di cui dovrà in seguito curare l’esecuzione e sopportare la responsabilità.”
La nazione”, prosegue Tocqueville,” dal canto suo rivolge gli occhi a un solo punto, e non si occupa che di sorvegliare le vicende della lotta che si va preparando. (…) Molto tempo prima del momento fissato, l’elezione diviene il più grande e per così dire l’unico affare che preoccupa gli spiriti. Le fazioni raddoppiano d’ardore; tutte le passioni fittizie che possono nascere dall’immaginazione, in un paese felice e tranquillo, si agitano in quel momento pubblicamente. Da parte sua, il presidente in carica è assorbito dalla cura di difendersi; egli non governa più nell’interesse dello stato, ma in quello della sua rielezione, si inchina davanti alla maggioranza e spesso, invece di resistere alle passioni di questa, come sarebbe suo dovere, ne asseconda i capricci. Via via che l’epoca della elezione si avvicina, gli intrighi divengono più attivi, l’agitazione più viva e diffusa. I cittadini si dividono in vari campi, ciascuno dei quali prende il nome di un candidato. La nazione intera cade in uno stato febbrile, l’elezione è allora il tema principale della stampa, il soggetto delle conversazioni private, lo scopo di tutti i maneggi, l’oggetto di tutti i pensieri, l’unico interesse del momento. È vero che, appena la sorte si è pronunciata, l’ardore si dissolve, tutto si calma e il fiume, straripato per un momento, rientra tranquillamente nel suo letto. Ma non dovremo noi preoccuparci che l’uragano sia potuto nascere? L’intrigo e la corruzione sono vizi naturali dei governi elettivi; ma quando il capo dello stato può essere rieletto, questi vizi si estendono indefinitamente e compromettono l’esistenza stessa del paese. Se un semplice candidato vuol riuscire con l’intrigo, le sue manovre non si possono esercitare che in uno spazio circoscritto; se al contrario, lo stesso capo dello stato scende in lizza, egli può servirsi per il suo scopo della forza del governo. Nel primo caso, è un uomo con i suoi deboli mezzi; nel secondo, è lo Stato stesso, con le sue immense risorse che intriga e corrompe. Il semplice cittadino che adopera mezzi colpevoli per giungere al potere, può nuocere alla prosperità pubblica solo in modo indiretto; ma se il rappresentante del potere esecutivo scende in lizza, le cure del governo divengono per lui l’interesse secondario; l’interesse principale è la sua elezione. I trattati e le leggi non sono più per lui che combinazioni elettorali; i posti divengono la ricompensa dei servizi resi, non alla nazione, ma al suo capo. Allora, benché l’azione del governo non sia sempre contraria all’interesse del paese, tuttavia non è più al suo esclusivo servizio, mentre solo per questo uso essa è stata creata. È impossibile considerare il cammino ordinario degli affari negli Stati Uniti senza accorgersi che il desiderio della rielezione domina i pensieri del presidente, che tutta la sua azione politica è rivolta a questo scopo, che i suoi più piccoli atti sono subordinati a questo oggetto, che, via via che il momento della crisi si avvicina, l’interesse individuale si sostituisce all’interesse generale. Il principio della rielezione rende dunque più estesa e pericolosa l’influenza corruttrice dei governi elettivi, poiché tende a degradare la morale pubblica e a sostituire al patriottismo l’abilità.”

Il “comportamento sotto elezioni” dei politici non è l’unico problema. Anche le regole elettorali, sostanzialmente invariate dall’inizio del 1800, presentano qualche criticità. Il sistema elettorale degli Stati Uniti è piuttosto complesso. Dovendo conciliare i diritti e l’autonomia dei singoli stati con la necessità di una forma comune, all’indomani della nascita della nuova Repubblica si decise di creare per ogni stato un collegio elettorale formato dai “grandi elettori” cui affidare il compito di eleggere il presidente. Si stabilì che ogni stato avesse diritto a due grandi elettori più il numero di deputati presenti alla Camera dei Rappresentanti; dato che i deputati vengono attribuiti in proporzione alla popolazione, il numero dei grandi elettori ne è il riflesso. Così, alla California che ha 35 milioni di abitanti, ne spettano 55, mentre al Wyoming soltanto 3. A parte un paio di stati che hanno un sistema di voto proporzionale, in genere i voti vengono assegnati secondo il criterio detto “winner takes all (il vincitore prende tutto): anche se i cittadini esprimono la propria preferenza per uno specifico candidato, non viene eletta la singola persona ma tutto il gruppo di grandi elettori associato a quella; il candidato che ha almeno un voto in più degli avversari prende tutti i grandi elettori di quello Stato. La conseguenza è che un presidente può essere eletto anche senza avere la maggioranza dei voti popolari, come è accaduto già quattro volte nella storia americana.
Ma non basta: a differenza della maggior parte degli altri paesi con sistema elettivo, negli Stati Uniti per votare occorre iscriversi alle liste elettorali, e la procedura non è gratuita.
A tal proposito, Luciano Canfora (in "Critica della retorica democratica") scrive: “I resoconti, nei giornali europei, delle presidenziali americane non danno mai, o quasi nascondono, i risultati conseguiti dai contendenti in termini di voti; viene data solo la percentuale. Si vuole nascondere che la maggioranza degli aventi diritto al voto, negli USA, non esercita tale diritto.” Il fatto è che “il certificato elettorale non viene fatto giungere ai singoli cittadini, come accade in Europa; sono i cittadini che debbono andarlo a richiedere, farsi parte sollecita. E una larghissima parte non lo fa: per molte ragioni, tra le quali spicca ovviamente l’assenteismo politico delle comunità povere e marginali. Peraltro, tra coloro che il certificato lo ritirano, moltissimi ugualmente non votano.” Il risultato è che, alla fine, “il vincitore rappresenta una modesta minoranza del corpo civico.”
Canfora conclude che “è improprio definire democrazia un sistema politico nel quale il voto è merce sul mercato politico, e l’ingresso nel Parlamento comporta una fortissima spesa elettorale da parte dell’aspirante rappresentante del popolo. Questo rattristante (sul piano etico prima ancora che democratico) aspetto, fondante, del sistema parlamentare resta per lo più in ombra. Il ceto politico esprime tendenzialmente le classi medio alte e abbienti.”
Ancora più radicale è il giudizio del filosofo anarchico e teorico della comunicazione Avram Noam Chomsky, per il quale l’attuale sistema di governo non è neppure un’oligarchia, dato che in un mondo che vede 85 persone possedere la stessa ricchezza di altri 3 miliardi e mezzo di individui, ciò che succede alla gente normale ha valore zero. “Il settanta per cento della popolazione”, sostiene lo studioso, “non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni. Questa è plutocrazia”. Un governo (mondiale) dei ricchi. Difficile dargli torto. E impossibile stupirsi della vittoria di un miliardario.


Quello che è certo è che, in realtà, chiunque vincesse tra i due principali contendenti, a perdere sarebbero stati i cittadini e le cittadine. Ancora da "Democrazia davvero":
Lo storico e politico Benjamin Constant, che pure considera l’istituto della rappresentanza e lo strumento delle elezioni come un inevitabile portato della modernità, riconosce candidamente che in questo modo: “la sovranità è rappresentata, e questo significa che l’individuo è sovrano solo in apparenza; e se a scadenze fisse, ma rare, (...) esercita questa sovranità, è solo per abdicarvi”.
Gli facevano eco Tocqueville (“In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare i loro padroni, e poi vi rientrano.”) e Jean-Jacques Rousseau (“Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si sbaglia ampiamente, non lo è che durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena sono eletti, lui torna schiavo, non è niente.”).
Tornando alla reale natura dei sistemi sedicenti democratici, il filosofo, sociologo e storico francese Raymond Aron in “Del carattere oligarchico dei regimi costituzionali-pluralistici” sostiene che “non è possibile concepire un regime che, in un certo senso, non sia oligarchico. (…) L’essenza stessa della politica è che le decisioni vengono prese non dalla collettività, ma per la collettività”. E aggiunge: “I nuovi regimi che si denominano popolari non sono che oligarchie, con un piccolo gruppo di privilegiati che sfruttano le masse. Questa nuova classe, però, è sterile, non rende alla società servizi proporzionali ai privilegi di cui gode”.


Come conseguenza di analisi più o meno approfondite o solo sulla base della sperimentata impotenza a contare effettivamente nelle scelte politiche, sono sempre di più le persone che non accettano di partecipare al "gioco truccato" delle elezioni. Negli Stati Uniti come da noi. Se invece delle fuorvianti percentuali si guarda infatti il numero reale dei votanti, il dato della crescente disaffezione è di tutta evidenza: nelle competizioni americane si è passati da circa 131 milioni e 400 mila voti complessivi nel 2008, ai circa 122 del 2012, agli attuali che secondo le prime stime si aggirano intorno ai 118. Circa 13 milioni e mezzo di astenuti in più. Su un totale di 214 milioni di aventi diritto al voto (altri dati li trovate qui).

Dare finalmente il potere ai cittadini mettendo fine all'attuale sistema oligarchico a favore di una reale democrazia diventa ogni giorno più urgente.


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