martedì 10 gennaio 2017

Quando la sinistra scopre la democrazia



Il numero in edicola di Left, settimanale di Sinistra, dedica la copertina agli strumenti di democrazia partecipativa: "Referendum, autogoverno, sorteggio, giurie di cittadini".
Per chi, come noi, si occupa da qualche anno dell'argomento si tratta di un approccio tiepido. Non la pensano allo stesso modo molti lettori del giornale che sono insorti in rete contro il servizio. C'è chi scrive "Vi allineate ai valori grillini senza neppure esserne consapevoli!", chi decide di non comprare più Left: "Ho comprato la rivista con entusiasmo fin dal primo numero. Temo di essermi sbagliata su di voi. So di esperienze dal basso (vedi Sandro Medici a Roma), ma nel sociale. Le giurie di cittadini cosa sarebbero? Comitati di salute pubblica? Non so se siate più visionari o più inconsistenti. Le nostre strade si separano". Chi considera obsoleto e pericoloso l'argomento: "Forse non ci si è resi conto che quei temi degli anni duemila hanno aperto la strada da sinistra al populismo. La maggior parte di chi trattava questi argomenti, guarda caso, oggi sta con Grillo o gli strizza l'occhio o comunque non gli si oppone". Qualcuno è invece di dottrina scalfariana e argomenta: "Posso pensare che siate così incolti da definire democrazia quella diretta? La democrazia moderna può essere solo rappresentativa. Tutto il resto è fuffa volgare e fascismo."
Gli stessi argomenti venivano sostenuti più di duecento anni fa per far instaurare nelle repubbliche nate dalle rivoluzioni americana e francese il sistema rappresentativo elettivo, che faceva comodo alla borghesia e ai notabili usciti vincenti da quelle rivoluzioni.
Citiamo dal nostro "Democrazia davvero":

Sappiamo che dalle Rivoluzioni americana e francese (per la seconda, dopo un “passaggio” imperiale) erano scaturite delle repubbliche costituzionali. Questi nuovi stati, che avevano fatto fuori i cascami feudali di monarchie e aristocrazie, si erano però guardati bene dall’intestarsi l’appellativo di “democrazia”, termine all’epoca decisamente poco apprezzato. John Adams, che oltre ad aver combattuto fieramente per l’indipendenza degli Stati Uniti ne sarebbe stato anche il secondo presidente, sembrava non amarla molto: “Considerate che una democrazia non dura mai a lungo. Essa non tarda ad appassire, s’esaurisce e causa la sua propria morte. Non c’è ancora mai stata una democrazia che non si sia suicidata.” E sosteneva di conseguenza la necessità di “delegare il potere dei molti a un numero ristretto dei migliori e più saggi.”


Non la pensava diversamente James Madison, che del neonato stato repubblicano fu il quarto presidente. Quando si trattò di adeguare gli Articoli della Confederazione del 1777 alla nuova repubblica, nei “Fogli Federalisti” del 1788 scriveva infatti: “Lo scopo di ogni Costituzione politica è, o dovrebbe essere, di ottenere innanzitutto per capi degli uomini che posseggano la maggiore saggezza per discernere il bene comune della società, e la maggior virtù per perseguire la realizzazione di questo bene. (…) Il metodo elettivo di designazione di questi capi è il principio caratteristico del regime repubblicano.”
Gli faceva eco il padre dell’indipendenza americana e terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, sostenendo che esisteva una specie di “aristocrazia naturale fondata sul talento e la virtù”.
Anche tra i rivoluzionari francesi la democrazia non doveva essere molto apprezzata, se un membro della prima Assemblea nazionale come Antoine Barnave arrivava a definirla “il più odioso, il più sovversivo e, per il popolo stesso, il più nocivo dei sistemi politici.”
Tutto quello che di democratico poteva essere stato concepito e sperimentato nelle prime forme di governo rivoluzionario, fu rapidamente “normalizzato”. Se infatti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 si poteva leggere che “La legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di contribuirvi, sia personalmente che per mezzo di loro rappresentanti”, la successiva Costituzione del 1791 recitava invece: “La Nazione, dalla quale promana ogni potere, non può esercitarlo che per delega. La Costituzione francese è rappresentativa.”
Lo stesso Emmanuel Joseph Sieyès, abate e politico, che pure aveva pronunciato l’invettiva “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cos’è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera? Diventare qualcosa”, fece ben presto retromarcia arrivando a scrivere: “La Francia non è e non deve essere una democrazia. (…) Il popolo, lo ripeto, in un paese che non è una democrazia (e la Francia non saprebbe esserlo), il popolo non può parlare, non può agire che per mezzo dei suoi rappresentanti”.
Come si vede, una volta ottenute le leve del potere strappate a monarchi e aristocratici, uomini d’affari e notabili guardavano con grande sospetto e preoccupazione a tutti gli elementi e metodologie di governo che potessero allargare la gestione di quel potere alla parte più miserabile (e numerosa) del Terzo Stato. Le assemblee di cittadini, l’estrazione a sorte dei rappresentanti, la temporaneità, la rotazione e la non ripetibilità degli incarichi, caratteristiche della democrazia ateniese, non dovevano neppure essere prese in considerazione. Nei primi anni della rivoluzione francese, numerosi legislatori si erano preoccupati di impedire la formazione di una classe di “esperti di affari pubblici”. Anche se l’abate Sieyès non era stato ascoltato quando, per ridurre la possibilità di imbrogli, aveva ipotizzato la possibilità di usare il sorteggio a partire da liste di cittadini al posto delle assemblee primarie incaricate di nominare gli elettori (quelli che oggi chiamiamo i “grandi elettori”), erano però state proposte almeno clausole di non-rielezione per le più importanti cariche amministrative, e suggerite modalità di rotazione degli incarichi che consentissero al maggior numero possibile di cittadini di familiarizzare con la gestione della cosa pubblica. Si pensava evidentemente, come Alexis de Tocqueville qualche anno più tardi, che “partecipando alla legislazione, s’impara a conoscere le leggi; governando, ci s’istruisce sulle forme del governo. La grande opera della società si compie ogni giorno sotto i nostri occhi e, per così dire, nelle nostre mani”. Ma i “nuovi padroni” la vedevano in tutt’altro modo. Così, fu fatta cadere nel vuoto la critica al carattere aristocratico delle elezioni sollevata da François Agnès Montgilbert, membro della Convenzione nazionale dal 1792 al 1795, secondo il quale “non ci dovrebbe essere ragione alcuna di scegliere come pubblico funzionario un cittadino piuttosto che un altro”, giacché le preferenze attribuite alla virtù e al talento non sono altro che “dei privilegi dai quali derivano sempre pericolosi accostamenti, e che avvezzano il popolo a credere che un uomo valga più di un altro”. Né ebbero miglior fortuna alcuni sanculotti che avevano cercato di ottenere, se non qualche forma di democrazia diretta, almeno la costituzione di organi di controllo dell’operato degli amministratori, una specie di “quarto potere” gestito dal popolo.
Consapevoli della posta in palio, i nuovi detentori del potere non cedettero di un passo: sia l’esperimento della clausola che impediva la rielezione, sia il principio della rotazione furono prontamente neutralizzati dalla pervicacia degli interessati che, non potendo ricandidarsi alla stessa carica, si presentavano per un’altra col risultato di circoscrivere comunque a un ristretto numero di persone la gestione dello Stato. In ogni caso, anche durante il periodo rivoluzionario le elezioni si erano svolte sulla base del censo ed erano state perciò riservate a una limitata cerchia d’individui, i cittadini cosiddetti “attivi”, mentre ne erano esclusi i meno abbienti e quelli che, come i domestici, si trovavano in condizione di dipendenza; il sistema elettorale a due livelli, poi, vanificava anche questa limitata “apertura”. A livello cantonale infatti non si potevano votare direttamente i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale, ma solo gli elettori che in sede dipartimentale avrebbero successivamente scelto i deputati. È chiaro come le limitazioni di censo si facessero sentire nell’uno e nell’altro àmbito.
Il sistema di governo rappresentativo-elettivo scelto nelle neonate repubbliche rispondeva in modo perfetto alle esigenze della trionfante borghesia affaristica. Beffardamente, permetteva di controllare il popolo nel momento in cui ne proclamava la sovranità.


I nuovi governanti avevano buone carte per suscitare timore verso i possibili pericoli di una “anarchia democratica”. Alla nascita delle nuove repubbliche la società era divisa tra estremamente ricchi e potenti e una gran massa di poveri che trascorrevano il loro tempo nelle campagne o nelle fabbriche a guadagnarsi da vivere. Anche in America, dove le differenze sociali non erano così marcate e chiunque poteva andare a cercare fortuna a ovest, conquistandosi un pezzo di terra da coltivare magari strappandolo ai nativi americani, gli “indiani”, o cacciando castori per rivenderne le pellicce, o partecipando alle varie “corse all’oro”, le masse erano comunque tenute in una sostanziale ignoranza. L’educazione era riservata solo ai ricchi e i giornali erano troppo costosi e con circolazione limitata per formare un’opinione pubblica. Su questo rifletteva James Madison: “Nulla potrebbe essere più irragionevole che dare potere al popolo, privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe.
Nessuno, però, si preoccupò particolarmente di dare a quelle masse incolte gli strumenti per uscire dalla loro condizione, se questo era il problema.
Anche lo storico e politico Benjamin Constant riteneva che nelle vaste nazioni moderne fossero improponibili le forme di democrazia diretta praticate nel ristretto di una città-stato in Antica Grecia. Da liberale, ne “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” descrive la Libertà come “il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, a causa della volontà arbitraria di uno o più individui, (...) di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e di venire senza chiedere permessi, e senza rendere conto delle sue intenzioni e dei suoi passi. È, per ognuno, il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione.” Una libertà che consente ai cittadini di non doversi far carico direttamente delle funzioni di governo, le quali devono essere affidate ad altri: “Chiedere ai popoli di oggi di sacrificare come facevano quelli di una volta la totalità della libertà individuale alla libertà politica è il mezzo più sicuro per staccarli dalla prima, per poi, raggiunto questo risultato, privarli anche dell’altra”. Pur considerando l’istituto della rappresentanza e lo strumento delle elezioni come un inevitabile portato della modernità, Constant riconosceva candidamente che in questo modo: “la sovranità è rappresentata, e questo significa che l’individuo è sovrano solo in apparenza; e se a scadenze fisse, ma rare, (...) esercita questa sovranità, è solo per abdicarvi”.

Gli facevano eco Tocqueville (“In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare i loro padroni, e poi vi rientrano.”) e Jean-Jacques Rousseau (“Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si sbaglia ampiamente, non lo è che durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena sono eletti, lui torna schiavo, non è niente.”).

Questo stato di cose perdura tuttora. A quel regime strutturato scientemente come una perfetta oligarchia venne appiccicata (nel libro spieghiamo come e quando) l'etichetta di democrazia, e su questo equivoco si fondano la maggior parte degli attuali problemi della politica. Purtroppo, e le reazioni dei lettori di Left ce lo confermano se mai ce ne fosse bisogno, la cosa più difficile sarà far capire a cittadini e cittadine che tutto quello in cui hanno creduto fino ad oggi era un inganno. Come diceva Mark Twain (e citiamo ancora da "Democrazia davvero") "è più facile ingannare la gente che convincerla di essere stata ingannata".
Pur consapevoli delle difficoltà, noi comunque ci proveremo.






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