lunedì 20 febbraio 2017

Partiti e ideologie, armi dell'oligarchia


Forse la sinistra (come la destra) dovrebbe cominciare a farsi delle domande sulla natura delle ideologie otto-novecentesche e sui partiti che le esprimono. Noi, intanto, nel nostro libro abbiamo già dato le risposte.
Da "Democrazia davvero": Yves Sintomer ne “Il potere al popolo” afferma che “sin dall’origine i partiti nascondevano un lato oscuro. Con loro emersero delle strutture burocratiche centralizzate e autoritarie, degli apparati capaci di concentrare nelle loro mani il massimo del potere a scapito della base, in sostanza un qualcosa di completamente diverso rispetto alla promessa di democratizzazione che sembravano incarnare.”
Da dove veniva quel “lato oscuro” ce lo spiega Simone Adolphine Weil in “Appunti sulla soppressione dei partiti politici”. Weil analizza e disseziona con stupefacente lucidità quell’efficace (per il sistema oligarchico) strumento che è il partito politico individuandone due caratteristiche principali: il totalitarismo e la derivazione religiosa.
In merito al primo punto, ella spiega come nel pensiero politico francese del 1789 non rientrasse l’idea di partito, “se non come quella di un male da evitare”. Finché il club dei giacobini, da luogo di libera discussione, per la pressione della guerra e della ghigliottina non si trasformò in un partito totalitario. La concezione politica alla base di divisioni e lotte tra le varie fazioni durante il periodo del Terrore è secondo Weil ben rappresentata nella frase del sindacalista e rivoluzionario russo Michail Pavlovič Tomskij: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”.
Così”, commenta Weil “sul continente europeo, il totalitarismo è il peccato originale dei partiti.” E prosegue elencando le tre caratteristiche essenziali dei partiti:
1) un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva;
2) un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte;
3) il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la propria crescita, e questo senza alcun limite.
Per via di questa caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade solo perché quelli che lo circondano non lo sono di meno.”



Alla luce di questa difficilmente confutabile lettura, il fascismo e il nazismo non ci appaiono più come una degenerazione della politica “democratica”, ma soltanto come il risultato della capacità di Benito Mussolini e Adolf Hitler di portare i propri partiti a prevalere tomskijanamente su quelli che li circondavano. Duce e führer non erano due mostri finiti per caso nell’agone politico, ma il frutto diretto e d’eccellenza della natura dei partiti.
(...)
Arriviamo alla seconda caratteristica dei partiti politici: la derivazione religiosa.
Il meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l’eresia”, afferma la filosofa. “Un convertito che fa il suo ingresso nella chiesa (...) ha visto nel dogma il vero e il bene. Ma varcando la soglia professa allo stesso momento di non essere colpito dagli anathema sit (“sia anatema!”), ovverossia di accettare in blocco tutti gli articoli di stretta fede. Questi articoli non li ha studiati. Persino a chi fosse dotato di un alto grado di intelligenza e cultura, una vita intera non basterebbe a questo studio, dato che implica anche quello delle circostanze storiche di ogni condanna. Come aderire ad affermazioni che non si conoscono? È sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate. (…) Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito.”



Weil constata come chi entri in una chiesa, in un partito o in qualsiasi altra organizzazione identitaria, adotti docilmente quella disposizione d’animo che ben presto lo porterà a esprimersi con frasi tipo: “come monarchico, come socialista, penso che…”. È il meccanismo dell’appartenenza, che non si limita ai soli partiti e ci fa sembrare del tutto naturale e ragionevole poter dire: “in quanto conservatore credo che…”, “come socialista, ritengo che…”, “come italiano, penso che…”, “come cattolico, posso dire che…”, o addirittura: “in quanto juventino, sono convinto che...”. Sentendosi membri di un gruppo del quale si condivide una verità dottrinaria, non dobbiamo più neppure fare lo sforzo di pensare. “È una posizione così confortevole!” sembra sorridere la studiosa francese. “Non c’è nulla di più confortevole del non pensare.”
Chi si avvicina a un partito probabilmente ha riscontrato negli ideali da quello propagandati valori e scelte che condivide, ma naturalmente non può conoscere l’esatta posizione del partito in merito a ogni possibile problema della vita pubblica. Dunque, entrando in quell’organizzazione, esattamente come il fedele che aderisce a una chiesa, ne accetta a priori ogni scelta futura. Condividendone generalmente gli ideali (la propaganda), si affida per il resto all’autorità del partito, sottomettendosi a essa. E nel percorso che farà come membro di quel raggruppamento avrà due sole strade: continuare ad accettare le posizioni del partito senza discutere (e magari senza neanche esaminarle), oppure contestarle quando le ritenesse sbagliate. In questo secondo caso cosa può succedere? Che all’interno dell’organizzazione si creino diverse scuole di pensiero, quelle che nel linguaggio della politica vengono chiamate “correnti”. Per un tempo più o meno lungo esse possono convivere, ma prima o poi finiranno per scontrarsi, di solito in occasione di un congresso che vedrà uscire una mozione vincente e una o più mozioni perdenti. I sostenitori di queste ultime possono abbozzare e attendere una possibile rivincita in occasione di un successivo congresso o, esattamente come accade in ambito religioso, scegliere di uscire dal partito creandone un altro che abbia per ideale e programma quello contenuto nella mozione sconfitta. Si tratta né più né meno di uno scisma, o scissione, come visto più volte nella storia del Cristianesimo: l’organizzazione religiosa che ritiene di essere la chiesa autentica allontana, non ritenendoli più in linea con la dottrina ufficiale, alcuni dei suoi membri o viene da essi abbandonata per formare una nuova chiesa basata su una diversa interpretazione delle Scritture. Il fenomeno si è ripetuto più volte nel corso della storia. A causa di eresie e scismi le congregazioni religiose si dividono in diverse confessioni, ognuna delle quali reclama per sé lo status di vera e unica Chiesa. Non diversamente fanno i partiti, ognuno dei quali viene motivatamente ritenuto da Weil “una piccola chiesa profana armata della minaccia della scomunica.” (...)



Sulla natura religiosa delle ideologie politiche ironizza, da par suo, Bertrand Russell. Secondo il filosofo “lo schema ebraico della storia passata e futura è tale da costituire un potente appello agli oppressi e agli infelici di ogni tempo. Sant’Agostino adattò questo modello al Cristianesimo; Marx al Socialismo. Per capire Marx dal punto di vista psicologico si può usare il seguente dizionario:
Jahveh = Il materialismo dialettico.
Il Messia = Marx.
Gli eletti = Il proletariato.
La Chiesa = Il Partito Comunista.
La Seconda Venuta = La Rivoluzione.
L’Inferno = La punizione dei capitalisti.
Il Millennio = La Società comunista.
I termini a sinistra del segno d’uguaglianza danno il contenuto emotivo, familiare a coloro che hanno avuto un’educazione cristiana o ebraica, che rende credibile l’escatologia di Marx. Un dizionario analogo poteva esser fatto per i nazi, ma le loro concezioni sono più schiettamente da Vecchio Testamento e meno cristiane di quelle di Marx, e il loro Messia somiglia più ai Maccabei che a Cristo.”

È ancora Weil a riflettere su come tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una chiesa o all’attitudine antireligiosa non vi sia grande differenza. “Si è pro o contro la fede in Dio, pro o contro il cristianesimo, e così via. Quasi dappertutto (...) l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che (...) si è espansa, attraverso tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero.” E aggiunge che per rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, occorre provvedere alla “soppressione dei partiti politici. (…) Si ammette che lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano un tale spirito.”
La filosofa francese osserva come, in conseguenza dell’esistenza dei partiti, in qualsiasi paese diventi impossibile occuparsi degli affari pubblici senza aderire a un partito e accettarne il gioco. A chiunque sia interessato al bene pubblico non restano che due opzioni: rinunciare in partenza o passare “dal laminatoio dei partiti. (…) In questo caso sarà preso da preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico. (…) Ne risulta che - eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite - vengono decise e intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità.

Dopo aver constatato quanto l’influenza dei partiti abbia contaminato l’intera vita mentale della nostra epoca, Weil conclude che “è evidente, dopo un attento esame, che qualunque soluzione implicherebbe innanzitutto la soppressione dei partiti politici. (…) Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli”, visto che costituiscono “un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. È perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi.Per consentire a cittadini e cittadine, una volta eliminati i partiti, di poter gestire finalmente in prima persona la cosa pubblica “è necessario un meccanismo adatto”, chiosa la studiosa francese. “Se la democrazia costituisce tale meccanismo, è buona. Altrimenti no.”


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