venerdì 2 giugno 2017

Il filosofo che ama il sorteggio



Libération ha pubblicato in questi giorni un corposo articolo sull'ultima fatica libraria di Jacques Rancière (nella foto sopra), una conversazione scritta con Eric Hazan, "En quel temps vivons-nous?" (In che tempi viviamo?). Il filosofo francese, nato ad Algeri nel 1940, professore emerito all'Università di Parigi-VIII e autore del saggio "L'odio per la democrazia" ampiamente citato nel nostro libro, si interroga sui concetti di "popolo" e "rappresentanza" e sottolinea la contraddizione tra "logica democratica e logica rappresentativa", evidenziando alcuni strumenti che permetterebbero di iniettare "maggiore democrazia nelle istituzioni": "il sorteggio e la brevità dei mandati, non cumulabili e non rinnovabili". Rancière precisa che la democrazia non è la scelta dei rappresentanti, ma il potere di coloro che che non sono qualificati per esercitare il potere; rifiuta l'immagine di una politica che vive di sondaggi spacciando la rappresentanza come un movimento che nasce dalla base, dove "il popolo è un corpo collettivo che si sceglie i propri rappresentanti"; "un popolo politico - argomenta lo studioso - non è un dato preesistente, ma un risultato. Non è il popolo che si rappresenta, ma la rappresentanza che produce un dato popolo".
Nelle intenzioni di chi inventò il sistema rappresentativo c'era l'idea implicita che una parte della società fosse "naturalmente atta, per la sua posizione, a rappresentare gli interessi generali della società"; in questo modo non soltanto si è creata "l'illusione democratica" in base alla quale "le persone subiscono un potere di cui si immaginano essere la fonte", ma si è anche fatto sì che la rappresentanza producesse un mestiere esercitato da una classe di politici che, "in sostanza, si auto-riproduce e fa convalidare la propria auto-riproduzione dalla forma specifica di popolo che essa produce, cioè il corpo elettorale".




Per meglio chiarire il pensiero del filosofo, riportiamo un brano da "Democrazia davvero":
"...lo studioso (Rancière, Ndr) decide di tornare ad abbeverarsi alla fonte del pensiero democratico, ad Atene e a “La Repubblica” e le “Leggi” di Platone. Nel III libro, l’Ateniese elenca i sette princìpi che regolano il governo di un Paese. Quattro sono rappresentati da differenze dovute alla nascita e giustificano il potere: dei genitori sui figli, degli anziani sui giovani, dei padroni sui servi, dei nobili nei confronti di chi non lo è. Altri due principi attengono alla natura: il potere dei più forti sui meno forti, e quello dei sapienti sugli ignoranti. I primi si fondano sulla filiazione, gli altri si richiamano a un principio superiore: “che non governi semplicemente chi è nato prima o chi è di più nobile famiglia, ma che governi il migliore”. Nel momento in cui il principio del governo si stacca dalla filiazione, inizia la politica. E si incontra il settimo principio: quello che richiede, per decretare chi debba comandare e chi ubbidire, di ricorrere al più giusto tra tutti, il principio di autorità “caro agli dei”, la scelta del dio Caso. Il sorteggio, “la procedura democratica con la quale un popolo di uguali decide la distribuzione dei ranghi”.
Ed è il principio che rovescia il tavolo delle regole del giusto governo, nel momento in cui afferma che il requisito fondamentale per governare è la mancanza di requisiti. Non è la ribellione armata con la quale i figli, gli schiavi o gli ignoranti si impossessano del potere, ma un semplice cambio di paradigma: "una superiorità che non è fondata su nessun altro principio che non sia quello dell'assenza di superiorità". Rancière evidenzia come, se le nostre “democrazie” considerano il sorteggio contrario a ogni serio metodo di selezione dei governanti, questo dipenda dall’aver dimenticato il significato stesso di democrazia e a quale genere di “natura” aveva il compito di opporsi il sorteggio; il suo scopo era infatti quello di servire da rimedio contro un male ben più grave del “governo degli incompetenti”, e cioè il governo con una specifica competenza: “quella degli uomini abili a prendere il potere con l’intrigo”. Il filosofo ricorda come oltretutto il sorteggio non abbia mai favorito gli incompetenti più dei competenti, e aggiunge che “il buon governo è il governo di coloro che non desiderano governare”, uomini senza prerogative che solo un felice caso ha chiamato a quella funzione.
Rancière spiega che, propriamente parlando, oggi non esiste nessun governo democratico. In tutti quelli che conosciamo, è sempre una minoranza a imporre il suo volere a una maggioranza, e smentisce che il sistema rappresentativo sia stato scelto per adattare la democrazia all'epoca moderna e alle vaste platee altrimenti ingovernabili: è solo una forma oligarchica per permettere a un'élite di occuparsi in esclusiva degli affari comuni."

Se un giornale come Libération, abitualmente impegnato a occuparsi del proprio ombelico ideologico, tutto interno al sistema partitico-elettorale, "apre" alle teorie di uno studioso come Rancière, forse è segno che le crepe nella diga cominciano davvero ad allargarsi, e si può sperare che la massa d'acqua finora da essa contenuta arrivi presto a travolgere l'attuale modo di fare politica spianando la strada a una reale democrazia.